
19 giugno 2008 - Considerando i dati sulla nuova capacità nucleare installata nel 2007, sembra quanto meno esagerato parlare di rinascimento nucleare. Visto che al momento attuale, e ormai già da alcuni anni, nessuno, tranne qualche caso isolato, scommette sull’atomo.
L’anno scorso, secondo l’
ultimo rapporto Vital Signs
del World Watch Institute, s
ono stati installati in tutto il mondo appena 2mila MW (un impianto di medie dimensioni ha una capacità di circa mille MW). Per intendersi,
solo un decimo della nuova capacità eolica installata.
Non basta. Secondo l’autorevole istituto, l’energia nucleare, pur potendo contare su 372mila MW installati, è la fonte che cresce meno: 0,5 per cento nel 2007, a fronte del 27 per cento dell’eolico.
È vero che l’anno scorso erano in costruzione 34 nuovi reattori nucleari, ma va anche detto – precisa il World Watch – che 12 di questi sono in gestazione da almeno 20 anni.
Il che contribuisce a fare lievitare i costi: per fare un esempio, il costo dei reattori Westinghouse è più che raddoppiato nel 2007, raggiungendo 12-18 miliardi di dollari, e ponendo seri dubbi sulla convenienza e sulla possibilità di rientro degli investimenti.
Senza considerare che molti impianti nucleari richiedono costi di manutenzione altissimi e in caso di guasti, oltre a essere pericolosi per la salute e l’ambiente, sono anche lenti a ripartire. Dal 1964 a oggi, si sono persi per strada 124 reattori, pari a una capacità totale di oltre 36.800 MW.
Per fare un esempio, la centrale giapponese da 8mila MW di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande del mondo, è stata chiusa circa un anno fa dopo un terremoto di magnitudo 6.8, due volte e mezzo più forte di quanto potesse sopportare l’impianto. Ciò ha reso necessario lo spegnimento dei suoi sette reattori che a oggi non sono stati ancora rimessi in funzione.
Alcuni difetti alle fondamenta di cemento e alle coperture di acciaio dei reattori hanno ritardato di circa due anni l’avvio dell’impianto di Olkiluoto, in Finalndia. Che si tradurrà in un aggravio dei costi di 1,5 miliardi di euro, il 50 per cento in più, cioè, dei costi di partenza (3 miliardi di euro).
Del resto la Finalandia, insieme la Francia, sono le uniche nell'Europa Occidentale ad aver tentato nuovamente l’avventura del nucleare negli ultimi trent'anni. La Germania ha detto addio all'atomo nel 2000. In Gran Bretagna si dibatte l'ipotesi di un rilancio. Quest'opzione è stata accolta solo nell'Europa dell'Est, dove sono in costruzione due impianti a testa in Bulgaria e in Ucraina, due in Slovacchia e uno in Romania.
Oggi chi punta sul nucleare sono i paesi emergenti dell’Asia, assetati di energia per sostenere la loro crescita. Dei 20 reattori attualmente in costruzioni nel continente, 6 sono cinesi e altri 6 indiani, per un totale di 8.130 MW, pari a oltre un quarto della potenza in installazione. La Corea del Sud ne sta costruendo tre, il Giappone, Iran e il Pakistan uno a testa.
Gli Stati Uniti, invece, - sottolinea lo studio - non ne realizzano da quasi 30 anni, se si eccettua un impianto riavviato dopo 22 anni e un altro la cui costruzione è stata ripresa dopo che era stata interrotta nel 1988.
Oltreoceano sono state presentate l’anno scorso richieste per sette nuovi reattori e altre 22 dovrebbero essere avanzate quest’anno. Tuttavia, senza aiuti statali, persino l’industria nucleare ritiene gli investimenti nell’atomo troppo onerosi e poco convenienti. Percezione confermata dall’agenzia di rating Moody's, secondo la quale “le speranze riposte nel nucleare sono sovrastimate”.
E fa notare che i costi associati con la nuova generazione di impianti potrebbero essere molto più alti di quelli, pur salati, calcolati dall’industria, pari a circa 3.500 dollari per kWh. Moody's dice di avere stimato un costo sui 6 mila dollari per kWh.